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Villapianesi

Riflessioni antropologiche, lezioni didattiche e bagliori politici nella narrazione collettiva di una comunità in evoluzione. Esploriamo la storia villapianese, dai cambiamenti storici ai tratti culturali, per trarne insegnamenti utili e celebrare la nostra identità.

Premessa

La mia responsabilità riguarda la creazione di una pagina che si propone come una riflessione di carattere antropologico, didattico e politico sulla storia della comunità villapianese, focalizzandosi nei suoi momenti collettivamente più esaltanti o drammatici. L'intento è comprendere le motivazioni, le risposte, i tempi e le modalità di tali eventi, e trarne criticamente insegnamenti utili a prevenire errori e a garantire che alcuni aspetti positivi si trasformino in modus operandi definiti, anziché rimanere semplici manifestazioni umorali.

In conclusione, si mira ad analizzare, coinvolgendo attivamente i lettori, due peculiarità del comportamento del villapianese evidenzate nelle espressioni dialettali locali: a) il significato dell'accoglienza, rappresentato dalla frase "a saggète u ranche i mandre a curte"; e b) l'atteggiamento ambivalente del villapianese, caratterizzato negativamente da una propensione al conflitto e positivamente da una volontà combattiva contro ingiustizie e soprusi, come espresso nell'espressione "tenede u codice nda sacchette"

Il primo aspetto che affronterò dettagliatamente sarà la vicenda del cambiamento del nome da Casalnuovo a Villapiana, esplorando sia il suo contesto storico che la sua reinterpretazione da parte della popolazione attraverso una lente "novellistica". Successivamente, approfondirò altre vicende storiche e presenterò alcuni personaggi significativi, con l'obiettivo di offrire una panoramica completa e approfondita della storia della comunità villapianese.

News e Articoli

InCanto nel Borgo

Benvenuti nell'incantevole mondo di "InCanto nel Borgo", i creatori e protagonisti di questo capolavoro hanno sapientemente utilizzato il canto lirico, interpretato con maestria da Maria Addolorata Mondella, per narrare il sogno e l'infanzia di Villapiana. Attraverso la brillante ambientazione nel centro storico e l'uso simbolico di elementi come le porte aperte e le scalinate, il video racconta la storia di una comunità che si riscopre attraverso la musica e la tradizione. Gli abiti straordinari ideati da Bevilacqua e la regia di Federico contribuiscono a enfatizzare la componente lirica e narrativa del video. Un plauso agli artisti e a chi si impegna per il bene morale, culturale e civico di Villapiana. Scopriamo insieme questo viaggio emozionante nel cuore della creatività e della tradizione, nell'articolo completo anche la galleria foto dell'evento.


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Tabasciajà

(racconto villapianese, in omaggio a Giuseppe Lippolis che me l'ha raccontato)

Sarà successo in un pomeriggio di febbraio considerato dai contadini il mese “curtu e amère”, per gli improvvisi freddi che giungono e seccano tutto; ma ha anche una propria dolcezza, non solo per quei tiepidi momenti in cui l’aria quasi ha l'avvisaglia di primavera e trema il mandorlo di piacere a germogliare, quasi con stupore. Ma anche perché i cani, chissà perché, vanno in calore proprio in questo periodo ed è allora un correre, un ululare di essi per le strade del paese e tu senti oltre il respiro persino quell’odore delle cagne che fa impazzire i maschi. Il Comune pensava di poter risolvere il problema, nominando degli accalappiacani; invano, bastava che ne arrivassero due o tre dalla campagna, specie quei maremmani che a volte riuscivano, chiamati dall’istinto, a fuggire dai recinti delle pecore che proteggevano al pascolo, che era un fuggi fuggi generale per le vie del paese da parte degli abitanti, tanti erano feroci e pericolosi i cani, grossi come piccoli vitelli e con quei collari chiodati al collo, irti e appuntiti che servivano a difenderli dai lupi.

al pascolo, che era un fuggi fuggi Stranamente, quel giorno alle 15, la piazza era vuota, da poco era passato il pullman che da Plataci scende alla Marina di Villapiana e ancora i bar erano chiusi, riaprendo essi di solito verso le 16, quando la gente scappa dal lavoro e i contadini arrivano dalla campagna con gli asini carichi e li si porta ad abbeverare alla fontana posta al centro della piazza. Egli, Tabasciajà, era coricato sul muretto dell’abitazione del dottor Sisci, quasi dormiva, in quel suo mantello da pastore: usciva fuori solo il viso, una pelle dura come la carta vetrata, resa così dalle malattie dell’Abissinia dove per anni era stato sotto le armi, durante il ventennio fascista e a guerra finita si diceva esserci rimasto, preso da quelle cosce frementi delle Abissine, da cui aveva avuto, si diceva, anche dei figli, disinteressandosi così per molto tempo della famiglia che aveva a Villapiana, che lo considerava morto, visto che per molto tempo non aveva dato notizie di sé. Per cui, quando tornò, la moglie non l’accettò e gli disse irata, mandandolo a dormire in una casupola, prima adibita a canile “dove hai fatti lluve, vai a ffè pure i cachinazzi”. Si arrangiava per vivere facendo qualche giornata e contando sul buon cuore della gente del vicinato che ogni tanto gli portava un piatto di minestra calda “pa more i Gisù Cristu”. 

Parlava poco e con frasi smozzate, quasi monosillabi, miste tra dialetto e espressioni arabe, almeno nella cadenza cantilenante. Aveva acquistato un suo prestigio, quasi un rispetto, quando, in una manifestazione di un sabato di regime, al grido del segretario del fascio a cui si doveva rispondere nella stessa maniera “Alalala” per osannare il duce, egli, forse, svagato in testa o per qualche bicchiere di vino, aveva gridato “Alla larga” ed era stato messo in prigione per qualche giorno, come se avesse offeso Mussolini, diventando, suo malgrado, un analfabeta e uno straccione, l’espressione più alta dell’antifascismo in tutto l’alto jonio cosentino. Ma la sua vera gloria, quella che ne aveva fatto un personaggio, quasi un mito, spesso imitato da tutti, ma con esiti disastrosi, come proprio quella mattina, ultimo da Francesco, capelli lunghi e barba fluente da profeta, qualche espressione della bibbia imparata a memoria, per darsi un’aria, che mandava in bestia il prete del luogo, era un’altra: mangiare vetro, ferro filato, per scommessa, o qualche dieci lire o una bevuta gratis, diventando alla fine, come tutti i poveri cristi che vivono di espedienti per campare, un fenomeno da baraccone, con cui trastullarsi. Se gli offrivi un bicchiere di cognac nel bar, egli riusciva, dopo aver bevuto, a triturare in finissime parti il vetro e a mangiarlo, senza tagliarsi la lingua e senza avere altri problemi: diversamente da Francesco, come si diceva, che quella mattina, nel bar del Barone, volendo fare lo spaccone e invocando il suo Dio, appena cominciò a triturare il vetro s’insanguinò tutto e venne portato d’urgenza in ospedale, più morto che vivo.


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Alcune brevi considerazioni sui Soprannomi dei Villapianesi

Si è già detto che la grammatica del dialetto villapianese è mutuata dalla lingua latina. Qualcosa di simile avviene per i soprannomi, nel rapporto tra nomen (che è nel dialetto il cognome) e il cognomen (che diventa il soprannome, per indicare un ceppo familiare). I soprannomi indicano, in realtà, generalmente un‘intera famiglia, raramente il singolo. 

C’è da dire, però, ad indicare la vivacità della lingua che ancora esiste la capacità, da parte della comunità villapianese, di inventare, in modo colorito ed adeguato, soprannomi per le singole persone. Ciò sta ad indicare anche il senso dello stare insieme, del non estraniarsi, come avviene nelle città, il senso gioioso e di ironica partecipazione alla vita della collettività. Il soprannome per il singolo generalmente è recente.


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Francischi i Vurpi

Cosa avesse di “volpino”, lui che era l’ingenuità in persona, non si è mai capito: forse la mansuetudine dello sguardo, quando il cacciatore stana la volpe e sta per ammazzarla e lei spera che possa sfuggire al suo tragico destino. Lo si vedeva per le vie del paese, col suo abituccio sdrucito, color grigio, ma dignitoso, camminare a testa bassa che ogni tanto alzava, incontrando le persone, per ripetere con quella voce stranamente gutturale in quel corpo gracile.” Anò, anò”. Che cosa veramente significasse questo intercalare che aveva la nostalgia di una nenia antica, non si è mai chiarito: un misto tra dimmi, senti, per attirare l’attenzione ed essere considerato uguale agli altri. Non aveva nessuno Francischi i Vurpi se non il paese: e per il paese egli era l’ambasciatore celere per ogni incombenza. Se nella farmacia mancava qualche medicina, chi ne aveva bisogno lo comandava per recarsi nella vicina …, paese più grande e attrezzato, per andarla a prendere.


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